Nel dibattito culturale dei circoli d'avanguardia, un posto di primo piano spetta, senza dubbio a D. Vertov. I suoi manifesti programmatici, i suoi cinegiornali,i suoi film, i suoi scritti teorici, sono senza dubbio fra i migliori risultati, di quel progetto d'un cinema autenticamente nuovo e vero, in rapporto alla mutata realtà umana e sociale del terzo decennio del secolo. Parlando del cinema russo d'avanguardia non va mai dimenticato, che fu, il più delle volte, determinato da programmi elaborati in sede politica.
Questa pressione politica si manifestò soprattutto alla fine degli anni venti e nei primi anni trenta, quando abbondarono le direttive politiche e i tentativi di burocratizzazione.
Vertov si accostò al cinema negli anni della guerra civile, lavorando alla redazione del cinegiornale Kinonedelja, dedicandosi in particolare alla selezione del materiale e al montaggio. Fu questo lavorò che lo spinse sempre più ad indagare la natura del mezzo. Si circondò di un gruppo di cineoperatori, tra i quali Kaufmann, Beljakov e altri, ch'egli chiamo Kinoki, di cui si servì non solo per i cinegiornali ma anche per le riprese dei suoi lungometraggi successivi. Inoltre i Kinoki, costituirono nel tempo, una precisa tendenza teorica e pratica.
Infatti, nel manifesto dei Kinoki del 1922, è già possibile riscontrare alcuni dei principi basilari del cinema vertoviano, inteso come superamento radicale del cinema spettacolare a soggetto, considerato di pura derivazione teatrale e letterale.
La negazione dell'attore e dell'elaborazione drammatica e narrativa della realtà, sono strettamente legate all'affermazione di un cinema produttore d'immagini, che diano della realtà fenomenica una precisa rappresentazione critica.
La teoria e il programma di Vertov possono essere riassunti in quello che egli chiamò "cine-occhio" (Kinoglaz), i cui principi furono enunciati in questi termini:
. Il cinema di Vertov è chiaramente un cinema costruttivista e materialista, in cui l'analisi della realtà è condotta attraverso un mezzo di documentazione che ne evidenzia le contraddizioni, tentativo che resta a metà strada tra, la rappresentazione realistica dei fatti e la loro manipolazione ideologica. Vertov aprì la strada del documentarismo critico. In questa ottica va visto il suo miglior film "L'uomo con la macchina da presa" 1929, che prende le sembianze di un vero e proprio trattato teorico e tecnico sul cinema. Il film è un saggio di metacinema, di un cinema che si interroga su se stesso e sul proprio linguaggio. Noi assistiamo a una serie di riprese, alla loro selezione, al loro montaggio alla proiezione, in una successione esplicativa, che chiarisce dall'interno del cinema stesso il fenomeno della produzione di immagini e del loro significato. Il film fu accusato di formalismo e di miracolismo della cinecamera, ma in realtà è il frutto di un attenta ricerca teorica e pratica. Vertov si occupò ancora di documentari e cinegiornali soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale, ma il suo lavoro ormai restava nell'ambito d'un mestiere corretto quanto anonimo.