Il cinema russo si era sviluppato su basi artistiche e industriali non molto dissimili da quelle degli altri Paesi europei e degli Stati Uniti, affermandosi negli anni della prima guerra mondiale per una sua non disprezzabile qualità formale e per un buon livello tecnico. La caratteristica principale del cinema russo sarà e resterà per lungo tempo il suo stretto legame, o meglio l'asservimento alla corrente politica dominante.
Col trionfo della Rivoluzione d'Ottobre del 1917, la conquista del potere da parte delle classi lavoratrici impose la riorganizzazione dello Stato e della società su nuove basi ideologiche e politiche. Anche il cinema subì una serie di modifiche strutturali, che lo porteranno su un piano totalmente differente da quello in cui si era sviluppato nella Russia prerivoluzionaria.
Fin dal 1918 i sovietici diedero vita ad una sottosezione cinematografica all'interno del Commissariato del popolo per l'istruzione, con l'intento di promuovere film documentari, e selezionare film d'attualità da immettere nel circuito nazionale.
Nel frattempo l'industria cinematografica privata andava deteriorandosi e nel biennio 1918-19 scese a livelli bassissimi, per poi scomparire del tutto con l'avvento delle nuove politiche russe.
Quando il cinema fu ufficialmente nazionalizzato nel 1919, la situazione era a dir poco critica, mancavano le attrezzature, scarseggiava il personale e le sale erano per lo più obsolete, bisognose di una ristrutturazione e mancavano del tutto le sale in molte province. L'intento della nuova politica di Lenin era quello di acculturare e politicizzare le masse soprattutto attraverso le immagini, in quanto la stragrande maggioranze dei russi era analfabeta. L'immediatezza della documentazione e la semplicità di lettura dell'immagine cinematografica, dovevano servire all'istruzione delle masse contadine ed operaie, sfruttando il discorso illustrato.
Questo nuovo interesse dei dirigenti politici per il cinema, che veniva ora considerato un mezzo straordinario di conoscenza e di documentazione sociale, facilitò la ripresa della produzione e consentì la riorganizzazione dell'industria.
Tanto per ragioni economiche quanto per ragioni politiche il primo cinema sovietico fu in larga misura documentaristico e d'attualità, portando ad una riorganizzazione delle strutture cinematografiche sul piano tecnico e artistico, ma anche formale e contenutistico. Ricordiamo che proprio in questo periodo il cinema si trovava al centro di un forte dibattito estetico, che coinvolgeva diversi studiosi e diverse correnti artistiche, dal futurismo al cubismo, dal suprematismo al costruttivismo. Sul cinema russo avranno un peso rilevante gli scritti teorici dei formalisti tra i quali Sklovskij (autore della teoria dello straniamento, poi riprese da Brecht) e l'apporto di Majakovskij, che dopo aver inizialmente criticato il cinema, adesso lo elogia, parlandone come di una nuova concezione del mondo.
Sarà proprio sulla rivista di Majakovskij, "Lef", che vedrà la luce il famoso articolo di Ejzenstejn "il montaggio delle attrazioni", invece sulla rivista "Kinofot" che faceva capo ai costruttivii, come Rodcenko e Gan, troveranno spazio, gli articoli e le teorie, di altri due grandi registi e teorici del cinema russo, come Vertov e Kulesov, che auspicavano un cinema produttore di immagini piuttosto che riproduttore della realtà.
Inteso essenzialmente come strumento di conoscenza il cinema divenne uno dei fattori essenziali della costruzione del nuovo stato socialista.
Man mano si comprese soprattutto l'importanza del montaggio come "selezione" della realtà rappresentata, e si cominciò ad utilizzare l'immagine cinematografica come elemento d'un discorso sulla realtà che non si limitava a duplicarla ma ne forniva una chiave di lettura.
Nel 1918 accanto ai primi film di propaganda nacque la "Kinonedelja" (la settimana cinematografica) il primo cinegiornale russo, guidato da Dziga Vertov, che sarà una delle figure di spicco del primo cinema di avanguardia russo.